Perché la Cina accelera sulla riduzione della soia: costi, guerra commerciale e sicurezza alimentare

Come può il primo importatore mondiale di soia ridurre la dipendenza da questo ingrediente senza penalizzare la produzione zootecnica? La risposta che Pechino sta mettendo in pratica passa dalla fermentazione dei mangimi, spinta da costi ormai insostenibili e da una strategia di sicurezza alimentare che vuole ridurre l'esposizione ai mercati esteri. Nel 2024 la Cina ha importato soia per 52,7 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi dagli Stati Uniti, secondo i dati della World Bank citati da Reuters. La tendenza non si è invertita: nel 2025 le importazioni sono aumentate del 6,5% rispetto all'anno precedente, toccando il record di 111,8 milioni di tonnellate, secondo i dati doganali cinesi riportati da The Poultry Site.

Il nodo è duplice. Da un lato c'è la guerra commerciale con Washington, che rende più costoso e incerto l'approvvigionamento; dall'altro il peso del mangime sui bilanci degli allevatori: rappresenta circa il 70% dei costi di allevamento dei suini, come ha ricordato a Reuters Gao Qinshan, allevatore di Taizhou. Non è un caso che a marzo 2025 il governo cinese abbia accelerato la spinta per espandere le fonti proteiche per il bestiame, proprio mentre le tensioni con gli Usa si intensificavano. L'obiettivo nazionale, spiega Fu Zhenzhen, analista di Beijing Orient Agribusiness Consultants, è la «riduzione della farina di soia» (soymeal reduction). La posta in gioco è enorme: la Cina ospita metà dei maiali del mondo e aziende come quella di Gao allevano un terzo del bestiame cinese.

I numeri della svolta: dal 3% all'8% e la previsione del 15% entro il 2030

La fermentazione dei mangimi non è più una sperimentazione di nicchia. Il mangime fermentato rappresenta l'8% del mangime industriale in Cina, in aumento dal 3% del 2022, con una previsione del 15% entro il 2030, secondo le stime di esperti di settore riportate da Reuters. Numeri che, tradotti in importazioni, hanno un peso concreto: secondo i calcoli della stessa agenzia, questa traiettoria potrebbe aiutare la Cina a ridurre gli acquisti di soia fino al 6,3% rispetto ai livelli del 2025.

Il mercato intanto è già decollato. La società di consulenza Fact.MR stima che il valore del mercato cinese dei mangimi fermentati abbia raggiunto i 6 miliardi di dollari nel 2025, contro i 7 miliardi del mercato europeo, più maturo, e i soli 2,5 miliardi di quello statunitense. In altri termini, Pechino sta costruendo un vantaggio competitivo in una tecnologia che l'Occidente conosce da tempo ma che in Cina viene ora messa a sistema su scala industriale.

Chi sta già investendo: Muyuan, New Hope, Yili, Mengniu e Louis Dreyfus

La riduzione della soia non è rimasta sulla carta. I principali attori della filiera hanno già riconfigurato le loro formulazioni, con risultati misurabili. Ecco i casi più significativi emersi dal lavoro di Reuters.

  • Muyuan Foods, il più grande allevatore di suini al mondo, ha ridotto la farina di soia nei suoi mangimi dal 10% di sei anni fa al 7,3% attuale, utilizzando aminoacidi sintetici prodotti da amido di mais fermentato. A riferirlo è Zhang Meng, direttore della divisione feed dell'azienda, in un'intervista a Reuters.
  • New Hope Liuhe ha sviluppato mangimi per polli e anatre completamente senza farina di soia, fermentando lenticchia d'acqua (duckweed) e altre fonti proteiche economiche, secondo persone informate dei fatti citate da Reuters. L'azienda non ha risposto alla richiesta di commento.
  • Yili e Mengniu, i due maggiori produttori lattiero-caseari cinesi, hanno ridotto del 20% la farina di soia nei mangimi per bovini, in collaborazione con il governo, secondo fonti del National Center of Technology Innovation for Dairy citate da Reuters. Yili ha declinato il commento, Mengniu non ha risposto.
  • Louis Dreyfus, gruppo olandese attivo nel commercio agricolo, sta pianificando la costruzione della sua prima linea di produzione di mangimi fermentati a Tianjin, porto del nord della Cina.

A fotografare il momento è Shambhu Nath Jha, principal consultant di Fact.MR: «La Cina è all'avanguardia nella tecnologia di fermentazione». Un vantaggio che, se confermato, potrebbe ridisegnare gli equilibri del commercio globale di soia.

Le difficoltà della transizione e il ruolo degli incentivi statali

La strada, però, è in salita. La transizione al mangime fermentato richiede spesso la ristrutturazione completa dei sistemi di alimentazione, e molti allevatori cinesi abbandonano dopo difficoltà iniziali come la formazione di muffe, secondo quanto riportato da Reuters. L'esperienza di Gao Qinshan è emblematica: i primi tentativi si sono trasformati in mangime ammuffito e sprecato, un rischio concreto per chi lavora con margini già sottili. L'allevatore di Taizhou è stato chiaro con Reuters: «L'allevamento di suini è diventato non redditizio», tra eccesso di offerta e domanda dei consumatori debole.

Proprio per questo il governo cinese ha deciso di accompagnare la transizione con incentivi che coprono ogni settore dell'industria e ogni anello della catena di approvvigionamento. L'orientamento è chiaro: rendere conveniente la fermentazione prima che diventi un obbligo. Per gli allevatori, però, la motivazione resta soprattutto economica: chi riesce a controllare il processo riduce i costi del mangime e si protegge dalle oscillazioni del prezzo della soia. Chi non lo fa, rischia di restare esposto a un mercato globale sempre più instabile.

Domande frequenti

In sintesi, le risposte ai quesiti più frequenti sulla riduzione della soia nei mangimi cinesi.

Quanto può ridurre la Cina le importazioni di soia grazie ai mangimi fermentati?

Secondo i calcoli di Reuters, la diffusione dei mangimi fermentati potrebbe consentire alla Cina di tagliare le importazioni di soia fino al 6,3% rispetto ai livelli del 2025. Un risultato reso possibile dalla crescita del comparto, passato dal 3% del 2022 all'8% del mangime industriale, con l'obiettivo del 15% entro il 2030.

Quali aziende cinesi stanno già usando mangimi fermentati?

I casi più avanzati sono Muyuan Foods, che ha ridotto la farina di soia al 7,3% dei suoi mangimi, New Hope Liuhe, che ha eliminato la farina di soia dai mangimi per polli e anatre, e i giganti lattiero-caseari Yili e Mengniu, che l'hanno tagliata del 20% nelle razioni dei bovini.

Perché la Cina sta spingendo sulla riduzione della soia?

La spinta combina tre fattori: la guerra commerciale con gli Stati Uniti, che rende incerto e costoso l'approvvigionamento; la strategia di sicurezza alimentare di Pechino, che vuole ridurre la dipendenza dall'estero; e l'economia degli allevamenti, dove il mangime pesa per il 70% dei costi dei suini.

Quali sono le difficoltà della transizione ai mangimi fermentati?

La fermentazione richiede il controllo di un processo biologico delicato: i primi tentativi possono produrre mangime ammuffito e sprecato, come capitato all'allevatore Gao Qinshan. In molti casi serve inoltre ristrutturare completamente i sistemi di alimentazione, e non tutti gli allevatori hanno le risorse o le competenze per farlo.