L'agricoltura rigenerativa è un approccio produttivo orientato al risultato: non un elenco fisso di pratiche obbligatorie come nel biologico, ma un impegno a migliorare in modo misurabile la salute del suolo, la biodiversità e la capacità di trattenere acqua e carbonio. Si basa su principi come la minima lavorazione del terreno, la copertura permanente del suolo, la rotazione delle colture e l'integrazione degli animali, adattati al contesto di ogni azienda.

Il suolo agricolo italiano affronta oggettivamente una fase di criticità strutturale, e le pratiche rigenerative rappresentano uno degli strumenti tecnici più concreti per invertire questa rotta. Tuttavia, l'adozione di questi protocolli non comporta promesse di rese immediate né di ritorni economici istantanei. Comprendere cosa cambia davvero in azienda, come si gestisce la fase di transizione e quali siano le reali opportunità economiche e normative è fondamentale per qualsiasi imprenditore agricolo o agronomo che intenda valutare questo percorso.

Profilo di suolo agricolo sano: strato superficiale ricco di sostanza organica e radici profonde

Cos'è l'agricoltura rigenerativa (e cosa non è)

A differenza del biologico, che è un regime normativo con un disciplinare di pratiche vietate e consentite, l'agricoltura rigenerativa non ha una definizione legale unica: è un approccio orientato al risultato, verificabile attraverso indicatori come la sostanza organica del suolo, la biodiversità e la capacità di ritenzione idrica, e può essere adottato sia da aziende biologiche sia da aziende convenzionali in transizione.

Il punto fondante di questo modello è l'assenza di un disciplinare legale unico. Non esiste un regolamento europeo che imponga un elenco rigido di divieti o obblighi. Si tratta piuttosto di un principio di risultato: l'impegno a migliorare in modo tangibile e misurabile la salute del suolo, la biodiversità, il ciclo dell'acqua e la capacità di sequestro del carbonio. Questo approccio si radica in pratiche preesistenti, attingendo dall'agricoltura di conservazione, dall'agroecologia e dall'agricoltura biologica, ma se ne distingue per il focus sul risultato finale piuttosto che sul rispetto formale di una lista di input consentiti.

Mentre l'agricoltura biologica costituisce un regime normativo ben definito, la rigenerativa è compatibile sia con le aziende biologiche sia con quelle convenzionali che intendano ridurre gradualmente gli input di sintesi. Questa flessibilità ha portato alla nascita di un mercato di certificazioni private, non equivalenti tra loro e non obbligatorie per legge. Tra queste figurano il Regenerative Organic Certified (ROC), che si basa su salute del suolo, benessere animale ed equità sociale richiedendo come prerequisito la certificazione biologica, lo Standard di Agricoltura Rigenerativa (SAR) di Rainforest Alliance e, in Italia, la diffusione della certificazione RGN. Queste etichette private sono il segnale di un mercato in formazione e di una richiesta di tracciabilità da parte della filiera, non rappresentano un requisito di legge.

È altrettanto importante chiarire cosa l'agricoltura rigenerativa non sia. Non costituisce un ritorno romantico a pratiche pre-industriali, né implica necessariamente una resa più bassa per definizione. Non si tratta nemmeno di un modello automaticamente più redditizio nel breve periodo. Si tratta di una gestione agronomica avanzata che richiede competenza tecnica, capacità di osservazione e una pianificazione aziendale a medio-lungo termine.

Perché se ne parla ora: lo stato del suolo italiano

La rilevanza di questo approccio non deriva da mere preferenze ideologiche, ma da un'oggettiva emergenza agronomica. Secondo il Rapporto sulla salute del suolo italiano di Re Soil Foundation, in Italia su 100 metri quadrati di terreno 47 presentano qualche forma di degrado, l'80% dei terreni agricoli è soggetto a fenomeni erosivi e il 68% dei suoli ha perso più del 60% del carbonio organico originariamente presente. Negli ultimi 25 anni il Paese ha perso il 28% dei terreni coltivabili.

Questi dati descrivono la perdita di capitale produttivo. L'erosione, che interessa l'80% delle superfici agricole, asporta lo strato superficiale del suolo, quello più ricco di nutrienti e di attività biologica. La perdita di carbonio organico, che riguarda il 68% dei suoli, non è solo una questione climatica: il carbonio è il motore della fertilità. Determina la capacità di scambio cationico, la struttura degli aggregati terrosi e la ritenzione idrica. Un suolo povero di sostanza organica è un suolo che si compatta, che fa ruscellare l'acqua in superficie invece di farla infiltrare e che richiede maggiori input di fertilizzanti per mantenere le produzioni.

A questo si aggiungono i dati relativi all'eccesso di azoto, che colpisce il 23% dei terreni agricoli, e i fenomeni di salinizzazione secondaria, che interessano il 7% delle superfici. Le conseguenze dirette per chi lavora in campo sono tangibili: perdita progressiva di fertilità, minore capacità di trattenere acqua, ridotta resilienza agli eventi climatici estremi, con effetti diretti sulla produttività e sulla sicurezza alimentare.

Indicatore Valore
Suolo con qualche forma di degrado 47 su 100 m²
Terreni coltivabili persi in 25 anni 28%
Terreni agricoli soggetti a erosione 80%
Suoli con oltre il 60% di carbonio organico perso 68%
Terreni con eccesso di azoto 23%
Terreni soggetti a salinizzazione secondaria 7%

Fonte: Re Soil Foundation, "La salute del suolo italiano ai tempi della crisi climatica", in collaborazione con JRC, ISPRA e CREA.

In uno scenario globale in cui il 90% dei suoli sarà a rischio entro il 2050 e da questa risorsa dipende il 95% del cibo prodotto nel mondo, l'adozione di pratiche che ricostruiscano il capitale naturale del suolo diventa una necessità strategica per la continuità aziendale.

Agricoltori che analizzano un campione di suolo in campo

Le pratiche, una per una

Le pratiche rigenerative più diffuse sono la non lavorazione o lavorazione minima del suolo, l'uso di cover crop e sovescio, la rotazione delle colture, l'integrazione controllata del bestiame e l'agroforestazione. Nessuna di queste pratiche funziona isolatamente: l'effetto rigenerativo emerge dalla loro combinazione nel tempo, non dall'adozione di una singola tecnica.

Non lavorazione o lavorazione minima del suolo (no-till)

La lavorazione intensiva del suolo, come l'aratura profonda, rompe la struttura fisica del terreno, espone la sostanza organica all'ossigeno favorendone la rapida ossidazione e distrugge gli habitat della fauna microbica e dei funghi micorrizici. La non lavorazione (no-till) o la lavorazione minima (minimum tillage) mirano a preservare l'architettura del suolo. Seminando direttamente sui residui colturali o lavorando superficialmente solo la linea di semina, si mantiene la continuità dei pori biologici creati dalle radici e dalla fauna del suolo. Questo meccanismo favorisce l'infiltrazione dell'acqua, riduce l'evaporazione e protegge la rete microbica che rende i nutrienti disponibili per le colture.

Seminatrice per semina su sodo in un campo con residui colturali

Cover crop e sovescio

Le colture di copertura (cover crop) vengono seminate nei periodi di vuoto colturale per proteggere il suolo dall'erosione causata da pioggia e vento. Non sono destinate alla vendita, ma a generare biomassa. Le radici delle cover crop esplorano il profilo del suolo, creando bioporosità e intercettando i nutrienti che altrimenti verrebbero persi per lisciviazione. Quando queste biomasse vengono interrate (sovescio) o lasciate in superficie come pacciamatura, restituiscono sostanza organica al terreno e competono attivamente con le infestanti, riducendo la necessità di interventi chimici o meccanici.

Cover crop tra i filari di un frutteto in inverno

Rotazione delle colture e consociazioni

La monocoltura favorisce la proliferazione di parassiti e patogeni specie-specifici e impoverisce il suolo a causa di un apparato radicale sempre identico. La rotazione delle colture interrompe questi cicli biologici negativi. Inserendo colture con apparati radicali diversi (fittonanti, fascicolati, superficiali, profondi) si diversifica la struttura del suolo in profondità e si stimola una comunità microbica più ricca e resiliente. Le consociazioni, come l'abbinamento di leguminose e graminacee, permettono inoltre di fissare l'azoto atmosferico e di ottimizzare l'uso delle risorse nutrizionali.

Integrazione del bestiame

L'integrazione del bestiame nei sistemi colturali replica i cicli naturali degli ecosistemi erbosi. Il pascolo a rotazione, se gestito con densità animali e tempi di permanenza adeguati, permette agli animali di consumare la biomassa vegetale e di restituire al suolo sostanza organica attraverso il letame e l'urina. Il calpestio controllato stimola inoltre la ricrescita del cotico erboso e l'incorporazione dei residui vegetali nel suolo. È fondamentale sottolineare che un pascolo mal gestito, come il sovrapascolo, produce l'effetto esattamente opposto, causando compattazione, erosione e degrado della struttura.

Pascolo a rotazione con bestiame integrato in un sistema agricolo rigenerativo

Agroforestazione

L'agroforestazione consiste nell'inserimento intenzionale di alberi e arbusti all'interno dei sistemi colturali o dei pascoli. Questa pratica diversifica la produzione aziendale, creando nuove fonti di reddito. Agronomivamente, gli alberi proteggono il suolo dall'erosione eolica e idrica, mitigano l'effetto del vento sulle colture erbacee e contribuiscono al sequestro di carbonio nel lungo periodo. Le radici profonde degli alberi intercettano nutrienti negli strati più bassi del suolo, rendendoli disponibili in superficie attraverso la decomposizione della lettiera.

Fascia agroforestale con alberi consociati a un seminativo

Riduzione o eliminazione degli input di sintesi

A differenza dell'agricoltura biologica, che impone un divieto assoluto sull'uso di fertilizzanti e fitofarmaci di sintesi, l'agricoltura rigenerativa applica un principio di minimizzazione progressiva. L'obiettivo non è l'eliminazione ideologica a priori, ma la riduzione degli input in funzione del miglioramento della salute del suolo. Man mano che la fertilità naturale aumenta grazie alla sostanza organica e all'attività biologica, la dipendenza dagli input esterni diminuisce, rendendo il sistema aziendale più autonomo e meno esposto alla volatilità dei prezzi dei fattori produttivi.

Cosa succede alle rese: la fase di transizione

La domanda più frequente da parte degli imprenditori agricoli riguarda l'impatto sulle produzioni. La transizione verso pratiche rigenerative comporta tipicamente una fase iniziale in cui il suolo ricostruisce struttura e attività biologica, con un possibile calo temporaneo di resa più marcato nel passaggio da lavorazioni intensive al no-till. Il recupero e l'eventuale vantaggio nella tenuta delle rese in annate siccitose dipendono dal punto di partenza del suolo, dalla coltura e dalla qualità della gestione: non esiste una cifra unica applicabile a ogni azienda.

Dal punto di vista strettamente agronomico, nei primi anni di transizione, in particolare quando si abbandona la lavorazione intensiva per passare al sodo, è plausibile assistere a un calo temporaneo di resa. Il motivo risiede nella biologia del suolo: interrompendo l'aratura, la struttura del terreno deve essere ricostruita dall'attività biologica e dalle radici. I microrganismi del suolo, trovandosi improvvisamente in un ambiente non più ossigenato meccanicamente, modificano il loro metabolismo. Inoltre, la disponibilità di azoto in forma immediatamente assimilabile dalle piante puede subire un rallentamento iniziale, poiché i microbi immobilizzano parte dell'azoto per degradare i residui colturali superficiali.

Tuttavia, con il progressivo aumento della sostanza organica e il miglioramento della struttura fisica, la letteratura tecnica indica un recupero della produttività. Il vantaggio competitivo delle pratiche rigenerative non si manifesta necessariamente nell'aumento del picco produttivo in condizioni ottimali, ma nella straordinaria tenuta delle rese durante le annate siccitose o caratterizzate da eventi piovosi estremi. Un suolo ricco di sostanza organica e strutturato tramite i bioporosi agisce come una spugna: immagazzina l'acqua in eccesso e la rilascia gradualmente alle radici durante i periodi di stress idrico.

La durata e l'entità di questa fase di transizione dipendono da molteplici fattori. Un suolo già molto degradato e compattato richiederà tempi più lunghi per recoverare la funzionalità rispetto a un suolo in buone condizioni di partenza. Il tipo di coltura, il clima locale e la qualità della gestione incidono pesantemente: una cover crop seminata in epoca non ottimale o con una specie non adattata non produrrà la biomassa necessaria per innescare il ciclo virtuoso.

Chiunque prometta una cifra unica di aumento di resa o un tempo standardizzato di ritorno dell'investimento sta semplificando eccessivamente una variabile complessa. La transizione richiede una gestione agronomica attenta e la capacità di supportare l'azienda finanziariamente durante i primi anni, in cui i costi di gestione potrebbero non essere immediatamente compensati da rese record.

Il ruolo della tecnologia

L'agricoltura rigenerativa non è in contrapposizione alla tecnologia; al contrario, ne richiede l'utilizzo per essere gestita in modo efficiente e verificato. L'agricoltura di precisione fornisce gli strumenti per passare da una gestione basata sull'impressione visiva a una basata sui dati. Le mappe di variabilità della resa, i sensori di umidità del suolo installati in campo e le immagini satellitari multispettrali permettono di monitorare nel tempo se le pratiche adottate stanno effettivamente migliorando lo stato del suolo.

La tecnologia in questo contesto non sostituisce la pratica agronomica, ma ne valuta l'efficacia. Ad esempio, i sensori di prossimità e le analisi geofisiche del suolo possono mappare la compattazione e la variabilità della ritenzione idrica, consentendo di calibrare gli interventi di lavorazione minima o la scelta delle specie da inserire nelle cover crop. Senza questi strumenti, la transizione rischia di essere un processo opaco, dove non è possibile distinguere un reale miglioramento agronomico da una semplice variazione climatica stagionale.

Come si misura la transizione

Poiché l'agricoltura rigenerativa è orientata al risultato, la misurazione è la componente imprescindibile del processo. Un'azienda può monitorare nel tempo diversi indicatori chiave, senza necessariamente attendere costose analisi di laboratorio, pur mantenendo il rigore scientifico.

Il parametro principale è la sostanza organica del suolo. Attraverso analisi chimiche periodiche, effettuate rigorosamente nello stesso punto di campionamento e nello stesso periodo dell'anno, è possibile tracciare l'evoluzione della fertilità chimica e fisica. Parallelamente, la struttura e la porosità del suolo possono essere valutate tramite test di infiltrazione dell'acqua, che misurano la velocità con cui l'acqua penetra nel profilo del terreno, indicando la salute fisica degli aggregati terrosi.

Anche l'osservazione diretta fornisce dati preziosi: la presenza di lombrichi e l'attività biologica visibile sono indicatori empirici ma affidabili della vitalità del suolo. Un altro indicatore semplice ma potente è la copertura del suolo: calcolare il numero di giorni all'anno in cui il suolo rimane nudo permette di valutare il rischio di erosione e la perdita di carbonio. Infine, la diversità delle colture in rotazione rappresenta una metrica diretta della resilienza del sistema agronomico.

La tracciabilità di queste pratiche e di queste misurazioni è fondamentale, soprattutto in ottica di accesso a incentivi o mercati dei carboni. L'utilizzo di un quaderno di campagna digitale consente di registrare in modo cronologico e inalterabile le operazioni colturali, le specie seminate nelle cover crop, i sovesci effettuati e i risultati delle analisi del suolo, creando il documento probatorio necessario per qualsiasi verifica esterna.

Carbon farming: la rigenerazione si può vendere?

Il Regolamento (UE) 2024/3012 ha istituito il primo quadro europeo, volontario, per certificare gli assorbimenti di carbonio generati da pratiche di carbon farming. Non basta adottare una pratica rigenerativa per ottenere un credito: il regolamento richiede di dimostrare un beneficio netto e misurabile, garantirne la durata nel tempo, e provarne l'addizionalità rispetto agli obblighi già previsti dalla legge.

Il Carbon Removals and Carbon Farming Certification Framework (CRCF), approvato nell'aprile 2024 ed entrato in vigore il 26 dicembre 2024, nasce per contrastare il greenwashing e fornire criteri tecnici comuni per la certificazione degli assorbimenti di carbonio. Per il settore agricolo, questo significa che il sequestro di carbonio nel suolo può diventare un'opportunità economica, ma solo a condizioni rigorose.

Il Regolamento stabilisce quattro requisiti fondamentali (detti criteri QU.A.L.IT.Y) che una pratica di carbon farming deve rispettare per essere certificata:

  1. Benefizio netto e misurabile: Non è sufficiente dichiarare di aver adottato il no-till o seminano una cover crop. È necessario dimostrare, tramite misurazioni e modelli approvati, che questa pratica ha generato un sequestro netto di carbonio rispetto a uno scenario di baseline.
  2. Durata dello stoccaggio: Il carbonio sequestrato nel suolo deve rimanervi per tempi prolungati. Il regolamento impone di gestire il rischio di rilascio (reversibilità). Un'azienda che pratica il no-till per un solo anno e poi torna all'aratura non genera un credito valido; lo stoccaggio deve essere garantito nel lungo periodo.
  3. Addizionalità: La pratica deve andare oltre gli obblighi normativi già esistenti a livello unionale o nazionale e oltre le prassi consolidate dell'azienda. Non si viene pagati per fare ciò che la legge già impone.
  4. Sostenibilità: La pratica non deve generare impatti negativi su altri obiettivi ambientali, come la tutela della biodiversità o la qualità dell'acqua.

Il sistema è interamente volontario: non è un obbligo di legge, ma un'opportunità di mercato condizionata al rispetto di standard tecnici verificabili. A novembre 2025, la Commissione europea ha adottato il Regolamento di esecuzione che definisce le regole operative su schemi di certificazione, organismi di audit e verifiche. Le metodologie tecniche di certificazione, ovvero le regole specifiche su come misurare il carbonio sequestrato per ogni singola pratica (es. inerbimento, agroforestazione, gestione della sostanza organica), sono in fase di adozione progressiva tramite atti delegati. Il primo atto delegato, relativo agli assorbimenti permanenti, è stato adottato il 3 febbraio 2026.

In Italia, il quadro normativo si sta adattando. La riforma dei redditi dei terreni (D.Lgs. 192/2024) ha incluso, entro limiti e condizioni specifici, la cessione di crediti di carbonio all'interno del reddito agrario, configurando un cambio fiscale di grande rilievo per le aziende che intendono monetizzare questi servizi ecosistemici.

Tuttavia, è necessaria una chiusura onesta e pragmatica: il sistema è nuovo e non ancora pienamente operativo nei suoi dettagli metodologici in Italia. Non si tratta di un mercato maturo su cui pianificare il bilancio aziendale o ipotecare le entrate del prossimo esercizio. È un'opportunità in costruzione, con criteri di qualità estremamente stringenti. Per ulteriori dettagli sulle dinamiche di mercato e sulle prospettive future, è possibile approfondire il tema dei crediti di carbonio e carbon farming.

Incentivi: gli ecoschemi della PAC

In attesa che il mercato privato dei crediti di carbonio si consolidi, le leve economiche più immediate per supportare pratiche compatibili con l'agricoltura rigenerativa provengono dalla Politica Agricola Comune. Il Piano Strategico della PAC 2023-2027 destina circa il 25% delle risorse per i pagamenti diretti del primo pilastro agli ecoschemi, per una dotazione complessiva di circa 888,66 milioni di euro l'anno.

Gli ecoschemi non costituiscono un pagamento generico per "fare agricoltura rigenerativa". Sono strumenti della PAC con impegni specifici, annuali e vincolanti, alcuni dei quali risultano altamente compatibili e complementari con un percorso di transizione rigenerativa.

Tra le misure più rilevanti figurano:

  • Eco 2 — Inerbimento delle colture arboree: Richiede il mantenimento dell'inerbimento (spontaneo o seminato) nell'interfila delle colture arboree. Prevede un pagamento di 120 euro/ettaro, elevabile a 144 euro/ettaro nelle zone Natura 2000 e nelle Zone Vulnerabili ai Nitrati. La dotazione è di circa 155 milioni di euro l'anno.
  • Eco 3 — Salvaguardia degli olivi di particolare valore paesaggistico e storico.
  • Eco 4 — Sistemi foraggeri estensivi con avvicendamento: Riguarda la coltivazione di leguminose da granella o foraggio, o altre colture da rinnovo, senza uso di fitosanitari e diserbanti chimici sulla superficie oggetto di impegno.
  • Eco 5 — Misure specifiche per gli impollinatori: Prevede il mantenimento di piante di interesse apistico. Il pagamento è di 500 euro/ettaro sui seminativi e 250 euro/ettaro sulle colture arboree, ma non è cumulabile con l'Eco 2.

È fondamentale sottolineare che gli ecoschemi 2 e 4 sono esplicitamente riconosciuti dalle autorità di gestione come strumenti che contribuiscono sia alla riduzione delle emissioni sia all'aumento della capacità di sequestro del carbonio dei terreni agricoli. Non sono agricoltura rigenerativa in senso stretto, ma rappresentano le leve economiche più concrete e immediate disponibili oggi in Italia per chi adotta pratiche di copertura del suolo e riduzione degli input chimici.

Nel 2024, un decreto ministeriale ha introdotto semplificazioni importanti, come l'introduzione della diversificazione come alternativa alla rotazione nella condizionalità BCAA 7 e l'eliminazione dell'obbligo del 4% di aree non produttive nella BCAA 8, ampliando contestualmente l'elenco delle colture ammesse all'Eco 4 per dare maggiore flessibilità alle aziende.

Per chi intende investire in macchinari innovativi necessari per queste transizioni (es. seminatrici da sodo, attrezzature per la gestione delle cover crop), è utile valutare il quadro degli incentivi per l'Agricoltura 4.0, che supportano la digitalizzazione e la meccanizzazione di precisione.

Come iniziare: la transizione in cinque passi

L'adozione di un modello rigenerativo richiede un cambio di paradigma gestionale. Per mitigare i rischi economici e agronomici, la transizione dovrebbe seguire un percorso strutturato in cinque passi fondamentali.

  1. Parti da un'analisi del suolo, non da una pratica. Sostanza organica, struttura, compattazione, capacità di ritenzione idrica: senza una fotografia iniziale dettagliata e oggettiva, non è possibile misurare il progresso né comprendere quali siano le limitazioni specifiche del proprio terreno.
  2. Scegli una pratica alla volta, su una porzione dell'azienda. Convertire l'intera superficie aziendale simultaneamente moltiplica il rischio finanziario e agronomico nella fase di transizione, quando le rese e la dinamica dei nutrienti possono essere instabili. Iniziare su parcelle sperimentali permette di affinare la tecnica.
  3. Metti in conto la fase di adattamento. Il calo temporaneo di resa, se si verifica, non deve essere letto come un fallimento del modello, ma come la fase fisiologica in cui il suolo ricostruisce la propria struttura e l'equilibrio biologico. La pianificazione finanziaria deve prevedere questa eventualità.
  4. Documenta nel tempo, con lo stesso metodo. Le pratiche rigenerative richiedono anni prima che i loro effetti sulla fertilità intrinseca del suolo siano pienamente misurabili. Senza continuità e rigore nella misurazione (es. campionando sempre negli stessi punti), non sarà possibile dimostrare il miglioramento né accedere ai futuri mercati dei crediti.
  5. Valuta gli ecoschemi e le opportunità di carbon farming come leva economica aggiuntiva, non come obiettivo primario. La transizione deve reggere agronomicamente ed economicamente grazie al miglioramento dell'efficienza aziendale prima ancora di generare un incentivo esterno o un credito vendibile.

Domande frequenti sull'agricoltura rigenerativa

Cos'è l'agricoltura rigenerativa?

È un approccio produttivo orientato al risultato: migliorare in modo misurabile la salute del suolo, la biodiversità e la capacità di trattenere acqua e carbonio. A differenza del biologico, non ha un disciplinare legale unico, ma si basa su principi come la minima lavorazione del terreno, la copertura permanente del suolo e la rotazione delle colture, adattati al contesto aziendale.

Che differenza c'è tra agricoltura rigenerativa e biologica?

Il biologico è un regime normativo con un elenco definito di pratiche vietate e consentite, verificato da un ente certificatore. L'agricoltura rigenerativa non ha una definizione legale unica: è un impegno di miglioramento misurabile del suolo e della biodiversità, che può essere adottato sia da aziende biologiche sia da aziende convenzionali in transizione graduale.

L'agricoltura rigenerativa fa calare le rese?

Nella fase iniziale di transizione, soprattutto passando da lavorazioni intensive al no-till, è agronomicamente plausibile un calo temporaneo di resa, mentre il suolo ricostruisce struttura e attività biologica. L'entità e la durata dipendono dal punto di partenza del suolo, dalla coltura e dalla qualità della gestione: non esiste una cifra valida per ogni azienda.

Quali sono le pratiche principali dell'agricoltura rigenerativa?

Le principali sono la non lavorazione o lavorazione minima del suolo, l'uso di cover crop e sovescio, la rotazione delle colture con consociazioni, l'integrazione controllata del bestiame tramite pascolo a rotazione, e l'agroforestazione. L'effetto rigenerativo emerge dalla loro combinazione nel tempo, non dall'adozione isolata di una singola tecnica, richiedendo una visione sistemica dell'azienda.

Lo stato del suolo agricolo italiano è davvero critico?

Sì. Secondo il Rapporto sulla salute del suolo italiano di Re Soil Foundation, il 47% del suolo presenta qualche forma di degrado, l'80% dei terreni agricoli è soggetto a erosione e il 68% dei suoli ha perso più del 60% del carbonio organico originario. L'Italia ha perso il 28% dei terreni coltivabili negli ultimi 25 anni.

Si possono vendere crediti di carbonio facendo agricoltura rigenerativa?

È un'opportunità in fase di sviluppo, non ancora un mercato maturo. Il Regolamento (UE) 2024/3012 istituisce un quadro di certificazione volontario, ma richiede di dimostrare un beneficio netto misurabile, la sua durata nel tempo e l'addizionalità rispetto agli obblighi normativi esistenti: non basta adottare una pratica per generare automaticamente un credito vendibile.

Esistono incentivi per l'agricoltura rigenerativa in Italia?

Non esiste un incentivo specifico con questo nome, ma alcuni ecoschemi della PAC 2023-2027 — come l'inerbimento delle colture arboree e i sistemi foraggeri estensivi — sono compatibili e complementari con un percorso di transizione rigenerativa, con pagamenti che vanno da 120 a 500 euro per ettaro a seconda della misura attivata.